Riflessione sui risultati della ricerca
Scopo del progetto è propriamente una indagine antropologica, in quanto tali evidenze rappresentano la testimonianza della principale attività dell’uomo, condotta a partire dall’inizio dei tempi e perpetrata in tutte le fasi storiche, la sussistenza. E se è vero che uno tra i più famosi antropologi del Novecento, l’americano Lewis Roberts Binford, enunciò che «l’archeologia è antropologia o nulla!», non vedo perché tali emergenze del nostro antico territorio non debbano essere considerate ‘beni archeologici’ (seppur considerando una accezione larga del termine). Capisco che ad un comune interlocutore il concetto di archeologia potrebbe stonare quando correlato a tali tipologie di beni, ma questo solo ed esclusivamente perché ci sembrano cronologicamente contestualizzati al nostro mondo moderno, in quanto non ci siamo ancora allontanati dal secolo appena trascorso ed in quanto persone tuttora in vita hanno vissuto sulla loro pelle queste esperienze. Ma questo ragionamento non deve essere un fattore discriminante nel suddividere ciò che è passibile di recupero. In tal senso sarà forse utile proporre un esempio: Il Museo della Civiltà Contadina di Aiello deve avere la stessa dignità ed importanza di un qualsiasi altro museo archeologico.
Osservazioni
Di certo colpisce l’incredibile numero di evidenze tuttora presenti nel nostro territorio, spesso emergenze architettoniche osservate in maniera poco attenta e distratta, strutture famigliari ai compaesani ma delle quali spesso si è dimenticato il significato, memorie di un mondo che è venuto a cambiare senza che noi, elementi giovani della comunità , ce ne fossimo realmente accorti. Tra queste stupiscono soprattutto le evidenze più antiche, addirittura basso medievali (nel nostro caso a partire dal XIII secolo circa), che tuttora ci creano un collegamento diretto alla loro remota fase storica; tra queste basti considerare il cosiddetto Mulin del Bosco di Strassoldo, ottimamente recuperato dal proprietario, il sig. Terrenzani, e ora trasformato in museo, oppure i rustici di Casa Kraghel di San Lorenzo di Fiumicello e l’antichissimo Mulino di Terzo di Aquileia (famoso sotto il nome di Mulino Ritter), uno dei più vecchi, se non addirittura forse il più antico tra quelli del nostro territorio (cfr. scheda sul Mulino Luzzatto e sul Mulino Milocco di S. Martino di Terzo).
In secondo luogo certo desta meraviglia una tanto comune quanto errata concezione di “tecnologia modernaâ€; appare orami quasi logico che le tecnologie moderne debbano essere considerate migliori rispetto quelle antiche, ma tale assioma nasconde in sé una insidioso errore frutto dell’ignoranza. Per certo non si può parlare di tecnologie inferiori o superiori, bensì di tecnologie differenti. Da un lato il grado di sofisticatezza degli ‘artefatti’ non sempre aumenta con il procedere del tempo e spesso macchinari antichi possono essere anche molto più complessi di molti altri moderni (sebbene in taluni versanti meno efficienti), ed a tal proposito basti pensare ai vecchi orologi ad ingranaggi. Dall’altro, la differenza principale che si avverte è certamente il concetto di sfruttamento senza sprechi di tutte le risorse a disposizione, anche della più insignificante energia ottenibile dal mondo esterno; tra questi in primis l’esempio della Fabbrica del Ghiaccio Fabris di Cervignano, funzionante almeno dai primi decenni dello scorso secolo, capace di sfruttare persino l’acqua di risorgiva come sistema refrigerante all’interno del proprio ciclo produttivo, sfruttando quindi la bassa temperatura dell’acqua che senza alcun dispendio di energia sgorgava da pozzi artesiani, e quindi di produrre ghiaccio (che veniva poi imbarcato nella vicina ferrovia e caricato poi nelle navi a Trieste) con un notevole risparmi energetico, e quindi economico. Ma gli esempi non sono certo finiti nel considerare la quasi maniacale cura nello sfruttamento delle risorse ambientali, si pensi a tutte le grandi tianie-cantine (foldôrs-canevòn) del nostro territorio, ove vi è particolare cura a livello progettuale della struttura, con l’utilizzo di materiali isolanti e la disposizione dell’edificio in senso nord sud, in modo da avere la minore esposizione solare possibile, e la disposizione della cantina presso l’area estremo-settentrionale, cioè la parte più fresca. Si tratta di una prassi costante (sebbene non priva di eccezioni) riscontrabile ad esempio presso Borgo Fornasir di Cervignano o presso la Tinaia Papafava di Ruda.
Ma ciò che più colpisce è la qualità del prodotto, diverso in funzione ai differenti processi che hanno portato alla sua realizzazione, da un lato caratterizzato da una standardizzazione massificata e da un costo decisamente basso nel caso di attività produttive moderne, mentre dall’altro da un costo certo più elevato ma di qualità in genere decisamente superiore nel caso di attività artigianali. Basti pensare alle farine da polenta ottenute grazie ai vecchi impianti molitori, ove caratteristica peculiare è l’utilizzo per il prodotto finale di tutto il chicco di mais (come tuttora avviene presso il Mulino Milocco di San Lorenzo di Fiumicello) al contrario di quanto avviene negli impianti industriali ove si assiste alla separazione delle farine ottenute dal cereale e dalle quali non si può avere altro che un prodotto di qualità nettamente inferiore, nonostante quest’ultimo rappresenti la farina che comunemente ritroviamo nelle nostre tavole.
Di certo colpisce l’incredibile numero di evidenze tuttora presenti nel nostro territorio, spesso emergenze architettoniche osservate in maniera poco attenta e distratta, strutture famigliari ai compaesani ma delle quali spesso si è dimenticato il significato, memorie di un mondo che è venuto a cambiare senza che noi, elementi giovani della comunità , ce ne fossimo realmente accorti. Tra queste stupiscono soprattutto le evidenze più antiche, addirittura basso medievali (nel nostro caso a partire dal XIII secolo circa), che tuttora ci creano un collegamento diretto alla loro remota fase storica; tra queste basti considerare il cosiddetto Mulin del Bosco di Strassoldo, ottimamente recuperato dal proprietario, il sig. Terrenzani, e ora trasformato in museo, oppure i rustici di Casa Kraghel di San Lorenzo di Fiumicello e l’antichissimo Mulino di Terzo di Aquileia (famoso sotto il nome di Mulino Ritter), uno dei più vecchi, se non addirittura forse il più antico tra quelli del nostro territorio (cfr. scheda sul Mulino Luzzatto e sul Mulino Milocco di S. Martino di Terzo).

In secondo luogo certo desta meraviglia una tanto comune quanto errata concezione di “tecnologia modernaâ€; appare orami quasi logico che le tecnologie moderne debbano essere considerate migliori rispetto quelle antiche, ma tale assioma nasconde in sé una insidioso errore frutto dell’ignoranza. Per certo non si può parlare di tecnologie inferiori o superiori, bensì di tecnologie differenti. Da un lato il grado di sofisticatezza degli ‘artefatti’ non sempre aumenta con il procedere del tempo e spesso macchinari antichi possono essere anche molto più complessi di molti altri moderni (sebbene in taluni versanti meno efficienti), ed a tal proposito basti pensare ai vecchi orologi ad ingranaggi. Dall’altro, la differenza principale che si avverte è certamente il concetto di sfruttamento senza sprechi di tutte le risorse a disposizione, anche della più insignificante energia ottenibile dal mondo esterno; tra questi in primis l’esempio della Fabbrica del Ghiaccio Fabris di Cervignano, funzionante almeno dai primi decenni dello scorso secolo, capace di sfruttare persino l’acqua di risorgiva come sistema refrigerante all’interno del proprio ciclo produttivo, sfruttando quindi la bassa temperatura dell’acqua che senza alcun dispendio di energia sgorgava da pozzi artesiani, e quindi di produrre ghiaccio (che veniva poi imbarcato nella vicina ferrovia e caricato poi nelle navi a Trieste) con un notevole risparmi energetico, e quindi economico. Ma gli esempi non sono certo finiti nel considerare la quasi maniacale cura nello sfruttamento delle risorse ambientali, si pensi a tutte le grandi tianie-cantine (foldôrs-canevòn) del nostro territorio, ove vi è particolare cura a livello progettuale della struttura, con l’utilizzo di materiali isolanti e la disposizione dell’edificio in senso nord sud, in modo da avere la minore esposizione solare possibile, e la disposizione della cantina presso l’area estremo-settentrionale, cioè la parte più fresca. Si tratta di una prassi costante (sebbene non priva di eccezioni) riscontrabile ad esempio presso Borgo Fornasir di Cervignano o presso la Tinaia Papafava di Ruda.
Ma ciò che più colpisce è la qualità del prodotto, diverso in funzione ai differenti processi che hanno portato alla sua realizzazione, da un lato caratterizzato da una standardizzazione massificata e da un costo decisamente basso nel caso di attività produttive moderne, mentre dall’altro da un costo certo più elevato ma di qualità in genere decisamente superiore nel caso di attività artigianali. Basti pensare alle farine da polenta ottenute grazie ai vecchi impianti molitori, ove caratteristica peculiare è l’utilizzo per il prodotto finale di tutto il chicco di mais (come tuttora avviene presso il Mulino Milocco di San Lorenzo di Fiumicello) al contrario di quanto avviene negli impianti industriali ove si assiste alla separazione delle farine ottenute dal cereale e dalle quali non si può avere altro che un prodotto di qualità nettamente inferiore, nonostante quest’ultimo rappresenti la farina che comunemente ritroviamo nelle nostre tavole.MARCO GIGANTE